Cos’è l’Antropocene?

‘Antropocene’ è il termine con cui alcuni scienziati e ambientalisti hanno cominciato a chiamare da diversi anni l’attuale epoca geologica, il cui nome convenzionale è Olocene. L’idea ebbe origine negli anni 80 dal biologo Eugene F. Stoermer e fu poi ripresa con successo nel 2000 dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen. L’intento era quello di evidenziare provocatoriamente gli effetti dell’impatto della specie umana sull’equilibrio della Terra; tuttavia le organizzazioni internazionali dei geologi, sulla base di precise valutazioni stratigrafiche, stanno ora seriamente considerando l’opportunità di adottare questo termine per la denominazione di una nuova epoca geologica.

Per questa ragione Antropocene è stato anche scelto come titolo per la conferenza – organizzata dai Giovani Democratici di Gorizia e Gradisca – sul rapporto tra l’uomo e il suo pianeta. La conferenza ha avuto luogo il 5 dicembre scorso presso la sala Incontro di S. Rocco, e il relatore principale è stato don Pierluigi Di Piazza (responsabile del Centro di accoglienza e di promozione culturale Ernesto Balducci), che in questo periodo si sta impegnando sul territorio per diffondere i valori della lettera enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. L’evento è stato salutato con molto interesse dal pubblico, trattandosi di un argomento di grande attualità con tanti temi da poter sviluppare: dalla climatologia all’etica, dall’economia alla politica.

L’intervento di don Di Piazza si è concentrato principalmente sulle questioni etiche relative allo sfruttamento del nostro pianeta. Gli effetti del cambiamento climatico, infatti, generano inevitabilmente delle drammatiche conseguenze sulla società: tra le quali, in primis, l’aumento delle disuguaglianze conseguenti alla sempre minore disponibilità di risorse naturali fondamentali per la vita, come l’acqua potabile. L’attivista ha quindi provato a sintetizzare in tre fattori quelle che – secondo lui – sono le cause principali del disastro ambientale in corso: l’antropocentrismo, la tecno-scienza e la finanza.

Se, da un lato, sembra che finalmente anche la Chiesa abbia accettato un radicale cambio di prospettiva, secondo cui l’antropocentrismo non è più visto in chiave positiva – essendo necessario considerare l’uomo in relazione a tutti gli altri esseri viventi, e richiamando, quindi, lo spirito del Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi –, dall’altro, non dovrebbe neanche sorprenderci la demonizzazione di aspetti della società che, per la loro intrinseca complessità, si fa fatica a comprendere. Infatti la “tecno-scienza” e la “finanza” non sono altro che strumenti essenziali per lo sviluppo di una società moderna, ed è la società stessa che deve essere in grado di orientare e regolamentare secondo criteri che siano compatibili anche con la sostenibilità ambientale.

Non sono, quindi, mancate le critiche verso una classe politica autoreferenziale e miope, incapace di adottare soluzioni che guardino anche solo al giorno successivo all’appuntamento elettorale più prossimo. Questo approccio alla politica – di tendenza globale – ha prodotto una progressiva polarizzazione degli schieramenti politici. Diretta conseguenza di ciò è stata la trasformazione di fatti evidenti come il cambiamento climatico, anche avallati dalla comunità scientifica, in elementi “di parte”, quando non ci sarebbe neanche più il tempo per discutere, ma solo quello di agire.

Non a caso, Marco Balzano (Segretario GD Gorizia e Gradisca) – citando Martin L. King – ha lanciato, nel corso del suo intervento introduttivo, l’appello a non restare impassibili davanti a situazioni di cui non ci si ritiene colpevoli, se non si vuole condividerne la responsabilità con gli autori. È necessario, infatti, che – anche in considerazione del fallimento di vertici internazionali come la recente COP25 – la spinta verso politiche più ecosostenibili parta dal basso, dalla gente comune e dagli enti locali, come lo stesso pontefice sottolinea in uno dei paragrafi più rilevanti della sua lettera enciclica.

Un governatore americano disse un paio di anni fa che la nostra è la prima generazione a subire gli effetti del cambiamento climatico e l’ultima che può fare qualcosa per fermarlo, prima che sia troppo tardi. È bene precisare che la comunità scientifica, quando parla di “cambiamento climatico“, si riferisce a quelle variazioni climatiche inequivocabilmente imputabili alle attività antropiche sul pianeta. I dati su questo fenomeno, raccolti dai relatori ed esposti durante la conferenza, rendono evidente quanto sia importante cambiare radicalmente il modello di vita della nostra società a ogni suo livello, da quello globale a quello locale e individuale. Per questo è fondamentale che si informi la gente sulla gravità della situazione, affinché aumenti e si diffonda la consapevolezza della minaccia incombente. E, soprattutto, che si capisca che una revisione radicale del nostro modello di vita, di certe nostre abitudini quotidiane e banali, a fronte di un sacrificio minimo individuale, generi potenzialmente grandi benefici verso la collettività e la salute stessa del nostro pianeta, sia nel breve che nel lungo termine.

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