Disinformazione e populismo nel tempo dei social

Tra le principali debolezze imputate quasi come un mantra al Pd figura certamente ai primi posti la comunicazione. Dal famoso 40% delle Europee del 2014 al 18% delle ultime elezioni politiche sembra essere passata un’eternità, quando, in realtà, si tratta solo di quattro anni. Sicuramente può essere utile una riflessione sui fattori che hanno reso possibile un tale crollo di consenso verso una classe politica che, senza aver fatto miracoli e commettendo anche diversi errori, si è trovata a traghettare un Paese sull’orlo della bancarotta fuori dalla peggior crisi economica del secondo dopoguerra.

Rimandando la questione dell’autocritica sull’esperienza di governo ad altre occasioni, in molti avranno notato il notevole gap con la capacità di sfruttare le nuove tecnologie da parte dei partiti che all’epoca erano all’opposizione e che oggi ci governano. In realtà, l’ondata populista e reazionaria che stiamo subendo è prevalentemente un fenomeno fisiologico che ha caratterizzato un po’ tutto il mondo occidentale e non solo – si pensi alle Filippine di Duterte.

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Il presidente delle Filippine Duterte è accusato di aver incoraggiato, se non autorizzato, la polizia a giustiziare senza processo migliaia di cittadini sospettati di crimini legati al traffico di droga. (Wikimedia Commons)

Per quanto si tratti di qualcosa già visto in passato, in questa fase esso è indubbiamente caratterizzato dal ruolo dominante che hanno i social network nel diffondere quel potente messaggio di rifiuto verso tutto ciò che viene comunemente etichettato come politically correct, ormai divenuto sinonimo di establishment.

Nei quattro anni presi in considerazione è stato un grave errore sottovalutare l’impatto esercitato sull’opinione pubblica dalla costante messa in circolazione di fake news: un fenomeno un po’ più sofisticato delle classiche bufale (in inglese hoax), in quanto non si tratta di generici documenti contraffatti o affermazioni false, ma di veri e propri articoli redatti con lo scopo di ingannare il lettore “distratto” al fine di indurlo a credere a fatti completamente inventati.

Numerosi sono gli studi elaborati su un fenomeno che fa leva sulle paure innate della società e che prolifera specialmente in contesti di crisi economica o di alto livello di conflittualità. In certi Paesi le conseguenze sono state persino più nefaste rispetto alle nostre. In Birmania, ad esempio, le forze armate, proprio attraverso la creazione di fake news, hanno sfruttato Facebook e WhatsApp per infiammare l’odio etnico tra la maggioranza buddista e la minoranza islamica dei rohingya. Ne è conseguito quello che funzionari delle Nazioni Unite hanno definito un «esempio da manuale di pulizia etnica», con più di 700.000 profughi: la prima vera catastrofe umanitaria direttamente riconducibile all’uso dei social network.

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Rohingya in un campo profughi nel confinante Bangladesh. (Wikipedia)

Una domanda, quindi, sorge spontanea: quali possono essere i mezzi più idonei per contrastare questo fenomeno? Oltre agli strumenti legali già a disposizione, ma non sufficienti in un contesto di società libera e aperta come la nostra, è evidente la necessità di un potenziamento di attività, anche fortemente connesse tra loro, quali l’informazione di qualità e il fact-checking.

Purtroppo il nostro Paese è molto carente sotto il primo aspetto. La cattiva qualità che caratterizza buona parte della stampa italiana è dovuta a diverse ragioni: alcune storiche, evidenziate dal basso numero di copie vendute rispetto agli altri principali Paesi europei — sintomo di una scarsa cultura dell’informazione giornalistica —, e altre, invece, riconducibili alla crisi globale della stampa conseguente all’avvento delle nuove tecnologie informatiche. Infatti, la sempre maggiore dipendenza finanziaria dagli introiti pubblicitari e la competizione su piattaforme digitali terze, quali Facebook e Twitter, hanno alimentato, oltre ad una progressiva precarizzazione della professione giornalistica, quel fenomeno collaterale noto come click-baiting, che induce alla pubblicazione di contenuti sempre più scadenti, purché sensazionali.

L’auspicio è quello di una rapida inversione di tendenza, seguendo anche vari modelli di successo presenti all’estero, perché solo la ripresa della fiducia da parte dei lettori verso il giornalismo professionale può controbilanciare la disinformazione senza controllo a cui sempre più elettori attingono attraverso internet.

Il fact-checking, cioè quell’attività di controllo puntuale e documentato di qualsiasi affermazione, sia essa contenuta in una bufala, in una fake news o nella dichiarazione di un politico, è invece lo strumento attraverso il quale contrastare direttamente questo tipo di propaganda tossica. Esistono già siti come pagellapolitica.it – in collaborazione con Agi da un paio di anni – o blog come quello celebre di David Puente – oggi parte della redazione di Open, il giornale online recentemente fondato da Enrico Mentana – che si occupano di debunking.

Purtroppo, però, va riconosciuto che esso da solo non può bastare nel confronto politico con il populismo di matrice sovranista. Ce lo insegna l’esperienza americana, dove la presenza di un sistema di fact-checking ben più avanzato ed efficiente di quello italiano non è stato in grado di intaccare l’ascesa politica di Donald Trump, nonostante la marea di bufale prodotte da lui e dal suo staff in campagna elettorale.

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Donald Trump e Vladimir Putin, a sinistra, durante il G20 di Amburgo del 2017. (en.kremlin.ru)

Si parla sempre più, infatti, di era delle “post-verità”, dove non conta più la corrispondenza al vero del messaggio di un politico, quanto piuttosto la sua appartenenza ad una fazione. È evidente che il contrasto alla disinformazione può essere efficace solo se accompagnato da una propaganda dai contenuti forti, in grado di mobilitare l’opinione pubblica attorno a valori condivisi e a un progetto per il futuro capace di infondere speranza.

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