Inside Energy

Gorizia – Al Polo Universitario di Gorizia la sezione locale del Movimento Federalista Europeo ha organizzato, il 18 novembre, un’interessante conferenza sulle relazioni economiche tra l’Unione Europea e la Russia. Si è trattata di una ghiotta occasione per rinfrescare la memoria e fare un po’ di chiarezza su un argomento particolarmente caldo, considerando la crisi ucraina in corso e il clima da Guerra Fredda che si sta tornando a respirare in Europa a 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino. A condurre la conferenza sono stati Antonio Sileo, docente e ricercatore presso la Bocconi, esperto in politiche e mercati energetici, e Diana Shendrikova, analista russa presso l’ISPI, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

Il mercato del gas è caratterizzato da una sostanziale regionalizzazione che ne influenza il prezzo in maniera molto differente rispetto al petrolio

Per comprendere meglio il quadro generale della situazione è utile sapere che il mercato del gas, al giorno d’oggi, è caratterizzato da una sostanziale regionalizzazione che ne influenza il prezzo in maniera molto differente rispetto al petrolio. Mentre il petrolio viaggia nel mondo su grandi navi petroliere, a bordo delle quali può essere acquistato in ogni momento da clienti in qualsiasi parte del mondo, il gas, allo stadio attuale, viene ancora prevalentemente trasportato attraverso una rete di infrastrutture fisse quali sono i gasdotti. I contratti tra le società energetiche europee ed estere vengono stipulati secondo la formula take or pay, molto vantaggiosa per i paesi esportatori, e, di conseguenza, il costo del gas è soggetto a minori oscillazioni rispetto a quello del petrolio. A queste condizioni poco meno di un terzo del gas viene importato nell’UE dalla Russia e di questo oltre la metà attraversa l’Ucraina.

Ed è proprio qui che iniziano i guai. I contrasti tra Gazprom, la compagnia energetica russa, e Naftogaz, la controparte ucraina, hanno origine nel 2006 con la rinegoziazione dei contratti di fornitura tra i due paesi. Nel 2009 l’Ucraina, esasperata da una politica russa volta all’uso della fornitura energetica al fine di condizionare, con continui ricatti, l’indirizzo politico di uno Stato sempre più orientato verso Occidente, ritenne insostenibile l’aumento del prezzo del gas dai 50$ ai 230$ ogni mille metri cubi (noi ne paghiamo 350$) e cominciò ad attingere direttamente dai gasdotti diretti verso gli altri importatori europei senza pagare la bolletta. L’accordo tra le due parti sarebbe stato inevitabile, essendo, gli europei, i clienti che tutt’ora pagano meglio l’oro blu. Infatti, lo scorso 30 ottobre, a Berlino, si è arrivati alla firma di un accordo, il Winter Package, tra l’Ucraina, la Russia e l’UE, con il quale tutte le parti hanno fatto un passo indietro e Mosca ha assicurato le forniture per l’inverno ormai alle porte.

La Russia è uno Stato con un’economia pesantemente legata all’esportazione di idrocarburi

Se da un’analisi superficiale potrebbe sembrare che siano i russi ad avere più “potere contrattuale”, agendo da una posizione di forza sui propri clienti europei, in realtà non è proprio così. La Russia è uno Stato con un’economia pesantemente legata all’esportazione di idrocarburi, la cui abbondanza inietta grandi quantità di denaro nelle casse dello Stato grazie alle imposte sugli scambi di petrolio, gas e carbone. L’analista ISPI ha fornito dati sufficienti per avere un’idea delle proporzioni di questa dipendenza: il 70% dell’export russo è costituito dai combustibili fossili e da questi dipende più del 50% del budget pubblico, una tendenza in costante aumento a causa della stagnazione in cui versa l’economia locale. Può sembrare un paradosso, ma la Russia dispone ed esporta in abbondanza materie prime essenziali per la crescita delle economie dei Paesi in via di sviluppo, senza, però, riuscire a sviluppare la propria di economia, che risulta essere insufficientemente diversificata. Questa situazione è molto pericolosa, perché espone la sostenibilità dei conti pubblici ai capricci del mercato di un unico settore: quello energetico. Già ora si intravedono i pesanti effetti del sorprendente crollo in corso del prezzo del petrolio, che sta conducendo la potenza euroasiatica sull’orlo di una nuova grave crisi finanziaria.

Il problema della diversificazione è centrale non solo per la natura strutturale dell’economia russa, ma anche per quanto riguarda i partner commerciali verso i quali esporta idrocarburi

Al G20 di Brisbane Putin ha tradito questa situazione di debolezza dichiarando l’intenzione di puntare verso una maggiore diversificazione. Il problema della diversificazione, infatti, è centrale non solo per la natura strutturale dell’economia russa, ma anche per quanto riguarda i partner commerciali verso i quali esporta idrocarburi. Gli europei sono gli unici clienti che pagano bene il gas russo e a disporre di un’avanzata rete infrastrutturale adeguata ad accogliere l’offerta, a differenza degli altri stati ex-sovietici, i quali acquistano gas, carbone e petrolio ad un prezzo politico molto più basso rispetto a quello di mercato. Per sostenere una politica estera sempre più conflittuale con i paesi occidentali, i russi sono alla disperata ricerca di nuovi partner alternativi a quelli europei. Così si è arrivati alla recente firma di un accordo con la Cina, frutto di un lungo decennio di continue trattative, durante le quali i cinesi (con i quali i rapporti sono storicamente caratterizzati da reciproca diffidenza) hanno sfruttato la situazione a proprio vantaggio. Secondo l’accordo, appena nel 2018 si dovrebbero avviare i lavori di costruzione delle infrastrutture necessarie al trasferimento di un volume pari alla metà di quanto importato dalla sola Italia, ma ad un prezzo inferiore e ancorato al valore del petrolio. Una data, comunque, fin troppo ottimistica, tanto da essere stata poi incautamente posticipata al 2020 da un dirigente Gazprom (rimettendoci la poltrona).

La diversificazione risulta essere anche la miglior difesa a disposizione dell’Unione Europea

La diversificazione, allo stesso tempo, risulta essere anche la miglior difesa a disposizione dell’Unione Europea per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento energetico. I rigassificatori, ad esempio, hanno il vantaggio di sfruttare il gas proveniente da quasi ogni parte del mondo allo stato liquefatto (GNL) superando la regionalizzazione che caratterizza questo mercato. Attualmente la Spagna è il paese europeo meglio attrezzato in questo campo e ha un eccesso di fornitura di GNL che non è sfruttabile a livello continentale per via dei Pirenei, un ostacolo naturale per il cui superamento si sta già lavorando.

(Wikimedia Commons)

Un altro caso molto interessante viene dalla fredda Scandinavia. La Norvegia, nota anche per i suoi vasti giacimenti di petrolio off shore, ha superato con un colpo solo sia il problema della dipendenza da idrocarburi che quello dell’inquinamento ad essi inevitabilmente associato. Infatti, grazie alla costruzione di numerose centrali idroelettriche, dispone di abbondanti quantità di energia elettrica, la quale viene erogata a prezzi stracciati (l’auto più diffusa è la Tesla S), preferendo destinare il proprio petrolio esclusivamente all’esportazione.

Tra le varie cause del sorprendente calo del prezzo del petrolio, che in questi mesi sta generando non pochi problemi ai conti pubblici di Mosca, una piccola responsabilità ce l’ha anche l’UE. Un’oculata politica ambientale ha imposto dei parametri volti a ridurre, progressivamente, le emissioni inquinanti e a migliorare il risparmio energetico. L’incremento della domanda risulta sensibilmente inferiore rispetto a quanto previsto dai paesi esportatori di combustibili, i quali, per renderli più appetibili, si stanno trascinando in una spirale competitiva al ribasso destinata ad acuirsi quando (e se) gli Stati Uniti consentiranno l’esportazione di shale oil e shale gas, estratto grazie allo sviluppo della tecnica del fracking.

Per giustificare una situazione economica interna disastrosa preservando il potere, c’è bisogno di un nemico esterno

Secondo l’analista russa Shendrikova la crisi dei rapporti tra la Russia e l’Occidente sarebbe, in buona parte, determinata dagli sforzi di consolidamento del potere dell’attuale establishment russo. Il presidente Vladimir Putin è un eccellente psicologo formatosi all’interno del KGB e padroneggia perfettamente le tecniche di manipolazione delle masse. Il leader russo ha acquisito, gradualmente, il controllo dei principali mezzi di informazione del paese e sostituito tutti i direttori non filo-governativi delle testate online. Sa bene che, per giustificare una situazione economica interna disastrosa preservando il potere, c’è bisogno di un nemico esterno contro cui orientare l’opinione pubblica facendo leva sull’orgoglio nazionalistico ancora ferito dal crollo dell’URSS.

@TeedGO

22/11/2014

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